Arte

Fujiko Nakaya e le sue sculture di nebbia

Nell’ambito della mostra «BMW Tate Live Exhibition: Ten Days Six Nights» Fujiko Nakaya ha avvolto la Tate Modern di Londra in una fitta nebbia. La suggestiva installazione, all’interno della quale i visitatori potevano muoversi, ha dissolto i confini del museo celebrando al tempo stesso la forza e la bellezza della natura, che da decenni sono i temi preferiti dell’artista giapponese. Nakaya, figlia di uno scienziato, è stata ispirata dagli studi del padre sui fenomeni meteorologici.

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Robert Grunenberg
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Tate Modern

In un celebre aneddoto, lo scrittore Oscar Wilde afferma di essere stufo di Londra per due motivi: la troppa nebbia e le troppe persone serie. E si chiede: sarà la nebbia a far diventare seria la gente o sarà la gente seria a provocare la nebbia? Chissà! Fujiko Nakaya affronta la questione in un’ottica del tutto diversa: l’83enne artista giapponese è convinta che la nebbia abbia anche i suoi aspetti positivi – tant’è vero che a quella naturale ne aggiunge altra di sua creazione. Così ha fatto anche alla fine di marzo nell’ambito della mostra «BMW Tate Live Exhibition: Ten Days Six Nights», trasformando la terrazza sud della Tate Modern di Londra in un affascinante paesaggio nebbioso. Questo tipo di performance è il cavallo di battaglia di Fujiko Nakaya, che ha già creato "sculture" di nebbia artificiale per altri celebri musei come il Guggenheim di Bilbao o la National Gallery of Australia di Canberra. «La nebbia di Londra ha una pessima reputazione, perché a partire dalla rivoluzione industriale è stata spesso associata all’idea di smog. A me invece piace sottolinearne gli aspetti positivi: pensiamo ai tanti poeti romantici inglesi che ne hanno cantato la bellezza, insieme a quella delle nuvole e dei fenomeni meteorologici in genere. Rifacendomi a loro, voglio proporre alla gente un modo nuovo, più piacevole, di vivere la nebbia», spiega l’artista, venuta appositamente in Inghilterra per questa performance.

«Mi interessano le variazioni dell’atmosfera che causano da un lato la nascita delle goccioline di nebbia e dall’altro la loro dissoluzione, rendendole ora visibili ora invisibili ai nostri occhi.»

Fujiko Nakaya

Per riprodurre i processi atmosferici naturali, Fujiko Nakaya si avvale delle più sofisticate tecnologie del XXI secolo.

I fiocchi di neve sono geroglifici che piovono dal cielo

L’artista è figlia dello scienziato Ukichiro Nakaya, famoso per le sue ricerche sui ghiacciai e sui cristalli di neve (queste ultime effettuate con l’aiuto di tecniche fotografiche). Come il padre, anche Fujiko Nakaya si è dedicata per tutta la vita allo studio dei fenomeni atmosferici quotidiani, in particolare di nuvole, nebbia e ghiaccio. Non però con i metodi scientifici del celebre genitore, bensì con quell’approccio artistico che le era proprio fin dall’infanzia: «Già a undici anni riciclavo vecchi pullover in modo creativo, utilizzando diversi tipi di filato. I miei genitori erano convinti che fossi nata per l’arte». E avevano ragione: negli anni Cinquanta, dopo essersi trasferita insieme ai genitori negli Stati Uniti, Fujiko si iscrisse alla facoltà di Belle Arti della Northwestern University di Evanston, laureandosi nel 1957. Ma la figura più importante per la sua formazione, racconta, è stato suo padre.

Nella sua pubblicazione più nota, «Snow Crystals: Natural and Artificial» del 1954, Ukichiro Nakaya osservava poeticamente che i fiocchi di neve sono come geroglifici che cadono dal cielo. Leggerli, comprenderli e interpretarli era la sua passione. E sua figlia condivideva questo interesse. Negli anni Cinquanta e Sessanta, durante gli studi, Fujiko Nakaya era affascinata soprattutto dai processi di dissoluzione degli organismi viventi e dal modo in cui da questa decadenza nasce nuova vita. Dopo la laurea a Evanston, si recò per due anni a Parigi per studiare pittura alla Sorbona. In questo periodo creò la serie di opere battezzate «Decomposing Series», che riproducono fiori in via di disfacimento, microbi e colture di cellule, ma anche paesaggi in via di erosione. L’interazione tra gli elementi osservata in questi contesti riportò il suo interesse sui fenomeni atmosferici, in particolare sulle nuvole: come si formano, come si dissolvono, come creano di volta in volta nuovi effetti di luce e d’ombra. Alla fine degli anni Sessanta, rientrata in Giappone, Fujiko Nakaya decise di lasciar perdere la pittura e di concentrarsi sugli esperimenti con le nuvole e la nebbia nello spazio reale.

L’incontro con Robert Rauschenberg, icona della pop-art

La sua prima scultura di nebbia nacque dalla collaborazione con il collettivo artistico Experiments in Arts and Technology (E.A.T.), che sosteneva l’esigenza di uno scambio tra l’arte e il mondo dell’ingegneria. Tra i fondatori c’era anche Robert Rauschenberg, che Fujiko Nakaya aveva avuto occasione di conoscere nel 1964, quando l’artista americano era in tournée in Giappone insieme a Merce Cunningham (che aveva appena vinto il Grand Prix della Biennale di Venezia) ed alla sua Dance Company. Ecco come Nakaya ricorda quel primo incontro: «La Dance Company di Merce si esibiva in una sala vetusta, con un pavimento di legno tutto scheggiato, tanto che i ballerini uscivano dalle prove con i piedi sanguinanti. Gli organizzatori non avevano i soldi per un rivestimento di linoleum. E così ogni sera, dopo lo show, Robert andava sulla scena e staccava le schegge una per una con una tenaglia. Io mi offrii di aiutarlo. E così diventammo buoni amici».

C’è un progetto che vorrebbe realizzare quanto prima? «Mi piacerebbe tornare in Groenlandia. In nessun altro posto del mondo mi sento più felice che lì al polo, circondata da una distesa infinita di neve perfettamente candida», risponde Fujiko Nakaya.

L’opera che Fujiko Nakaya ha realizzato per la mostra londinese «BMW Tate Live Exhibition: Ten Days Six Nights» dimostra come sia possibile aprire i confini del museo fino ed integrare lo spazio urbano circostante. Il risultato è una percezione dell’arte ben diversa da quella offerta da un’esposizione convenzionale, nelle sale bianche di una galleria.

L’opera che Fujiko Nakaya ha realizzato per la mostra londinese «BMW Tate Live Exhibition: Ten Days Six Nights» dimostra come sia possibile aprire i confini del museo fino ed integrare lo spazio urbano circostante. Il risultato è una percezione dell’arte ben diversa da quella offerta da un’esposizione convenzionale, nelle sale bianche di una galleria.

Negli anni Settanta Fujiko Nakaya collaborò con il collettivo E.A.T. alla realizzazione del padiglione Pepsi per la Expo 70 di Osaka. Per gli artisti giapponesi, quella prima esposizione universale su territorio asiatico rappresentava una svolta storica: finalmente avevano l’opportunità di presentarsi a un pubblico internazionale. Nakaya ebbe l’idea di avvolgere il futuristico padiglione Pepsi, con la sua cupola dalla forma geodetica, in un banco di nebbia artificiale. Si trattava di un’ impresa tecnicamente assai complessa, per la quale dovette chiedere aiuto a uno specialista, il fisico californiano Thomas Mee. Insieme, i due misero a punto un sistema di oltre 2500 speciali ugelli in grado di nebulizzare più di 40.000 litri d’acqua all’ora, avvolgendo il padiglione in una nebbia candida e impenetrabile.

«Mi interessano le variazioni dell’atmosfera che causano da un lato la nascita delle goccioline di nebbia e dall’altro la loro dissoluzione, rendendole ora visibili ora invisibili ai nostri occhi», spiega Fujiko Nakaya. La nebbia, continua, si dissolve, ma non cessa di esistere: semplicemente passa a un diverso stato di aggregazione. E questo, in ultima analisi, non è che un ulteriore esempio delle forze naturali. «La mia grande fonte di ispirazione è la sensazione di essere assorbita dalla natura», conclude.

Un’atmosfera spettrale

Dopo l’Expo 70 Fujiko Nakaya ha continuato a creare paesaggi di nebbia di ogni tipo – in forma di giardini, cascate e persino geyser. Tra le sue opere più note c’è l’installazione realizzata per il Museo Guggenheim di Bilbao: 1000 ugelli installati lungo il canale antistante il celebre edificio di Frank Gehry creano un tappeto di nebbia che si estende fin sul piazzale del museo e avvolge in modo spettrale la gigantesca scultura a forma di ragno di Louise Bourgeois. L’installazione è stata donata al Museo Guggenheim da Robert Rauschenberg, che è stato il primo in assoluto ad acquistare una scultura di nebbia di Fujiko Nakaya.

C’è un progetto che vorrebbe realizzare quanto prima? «Mi piacerebbe tornare in Groenlandia. In nessun altro posto del mondo mi sento più felice che lì al polo, circondata da una distesa infinita di neve perfettamente candida», risponde l’artista, che nel 2008 ha ricevuto il celebre premio del Japan Media Arts Festival per le sue opere intermediali.

L’opera che Fujiko Nakaya ha realizzato per la mostra londinese «BMW Tate Live Exhibition: Ten Days Six Nights» dimostra come sia possibile aprire i confini del museo fino a integrare lo spazio urbano circostante. Il risultato è una percezione dell’arte ben diversa da quella offerta in un’esposizione convenzionale, nelle sale bianche di una galleria. Le installazioni di nebbia di Fujiko Nakaya nascono dal momento contingente e dall’interazione con lo spettatore, che può sperimentarle direttamente e perfino attraversarle. Una vera e propria «architettura morbida» in alternativa a quella convenzionale, per usare le parole di Catherine Wood, la curatrice della Tate Modern responsabile del settore Arte internazionale (performance). «Fujiko Nakaya è affascinata dai processi organici della decadenza, della dissoluzione, delle variazioni meteorologiche; ma al tempo stesso si avvale delle tecnologie più sofisticate del XXI secolo» afferma la Wood, sottolineando il grande valore artistico di questo approccio. E cosa dice la diretta interessata, guardando in retrospettiva la sua opera? «Se la Fujiko Nakaya ventenne potesse vedermi oggi, sicuramente mi chiederebbe: hai conquistato un posto nella storia dell’arte, non ne sei felice di tanta fortuna? E io le risponderei: sì, ne sono felice. Ma oltre alla fortuna mi ha aiutato anche l’impegno».

Le installazioni di nebbia di Fujiko Nakaya nascono dal momento contingente e dall’interazione con lo spettatore, che può sperimentarle direttamente e perfino attraversarle. Una vera e propria «architettura morbida», per usare le parole di Catherine Wood, la curatrice della Tate Modern responsabile del settore Arte internazionale (performance).

06/26/2017